giovedì 20 maggio 2010

Intervista a Federico Rampini

L'ho  intervistato  al telefono, lui a New York io a Milano. Ci siamo dati appuntamento via mail e lui, puntualissimo mi ha risposto dal cellulare. E' un uomo molto pratico che ho sempre visto come un guru e che ho scoperto ha una dimensione di vita anche normale. Quando ci siamo salutati mi ha chiesto scusa per il rumore, aveva una cena in casa con ragazzi e bambini che rendevano ancora più reale la nostra conversazione. Abbiamo chiacchierato un po' informalmente ma poi ha risposto con molta disponibilità a moltissime domande.


1)    Ritorno al futuro? Dagli Stati Uniti alla Cina, quali i punti chiave del dopo crisi?
La Cina ha accelerato processi che erano in atto. Ad esempio ha saputo rafforzare il suo peso nel mondo. La Cina non è mai entrata in recessione, ha incrementato gli investimenti all’estero e, attraverso la perdita di prestigio dell’Occidente  ha saputo rafforzare il suo sistema alternativo.
Per quanto riguarda gli USA, il verdetto è ancora aperto, il governo di Obama è “giovane” ed è ancora in fase di sviluppo.
Possiamo dire che si tratta di un ritorno al futuro, di una riedizione aggiornata e modificata del New Deal di Roosvelt.
Ma nulla può essere come prima.
2)    Questa crisi può essere un’occasione per accelerare il cambiamento”. Dallo choc energetico
 al protezionismo rispettabile. Quali i punti salienti in nome dell’ambiente e di quello che lei definisce consumo frugale?
Come i consiglieri di Obama hanno sottolineato, non si deve sprecare una buona crisi. Una crisi di tale intensità e così profonda si genera soltanto ogni tre generazioni. Anche in passato ci sono state occasioni per riuscire a operare cambiamenti, ma coalizioni e resistenze politiche e sociali hanno reso impossibile che tale cambiamento potesse realmente diventare reale. L’establishment Usa non avrebbe mai accettato riforme come quelle ora in atto, la politica ambientale era bloccata da lobby (basta pensare al settore automobilistico). Ora è arrivato il momento anche per la riforma sanitaria, e tale riforma andrà inevitabilmente a  coinvolgere anche le aziende statunitensi. La diminuzione della competitività americana è diventata sempre maggiore e gli aspetti assicurativi non possono certamente essere d’aiuto in questo senso.
Il discorso del consumo frugale è importante. La crisi ha ridato forte credibilità alle politiche ambientaliste, l’aumento del prezzo del petrolio e la scarsità delle risorse naturali sono una situazione che deve essere affrontata.
Nascono, di conseguenza, nuovi modelli di consumo, così come una forte attenzione al risparmio è indispensabile, il tutto passando attraverso un uso oculato delle risorse ambientali ed economiche.
Stanno cambiando anche gli stili di vita dei ceti medi e dei ceti abbienti americani che storicamente fanno tendenza, il cambiamento sta realmente partendo anche da qui.

3)    Quali insegnamenti può trarre l’Occidente dalla Cina definita da lei vincente e perché?
La Cina è vincente perché il suo capitalismo di stato ha saputo mettere in campo risorse economiche importanti per rilanciare la crescita attraverso investimenti pubblici in infrastrutture. La modernizzazione è aumentata ed è passata attraverso la sperimentazione di  nuove “ricette” nelle quali l’attenzione per l’ambiente è diventata molto importante, così come il ricorso ad energie rinnovabili e alla tecnologie verdi.  La Cina sta mobilitando tutte le leve di investimento pubblico attraverso una pianificazione a lungo termine e con una estrema lucidità ed attenzione verso il nuovo.

4)    L’impero americano è davvero in declino nonostante i messaggi e gli “insegnamenti” che
 Obama sembra proferire?
Obama sta rilanciando il prestigio USA e la credibilità di questa grande potenza. La vitalità e la democrazia americana tuttavia non basternno ad arrestare il declino del peso relativo degli Usa nel mondo. Si tratta di una cambiale in scadenza legata all’effetto dell’imponente deficit pubblico.
I pesanti debiti costringeranno ad una diminuzione del tenore di vita, gli USA saranno sempre più dipendenti da chi finanzia il suo debito pubblico, Cina in primis.

Intervista pubblicata su The Work Style Magazine.


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